Le meraviglie di St Urban street – M. Richler

Dopo aver divorato “La versione di Barney”, ho letto quasi tutto quello che Mordecai Richler ha scritto, alla ricerca di qualcosa che fosse all’altezza di quel libro graffiante, in alcuni tratti esilarante, in altri commovente e con un grande, grandissimo finale.
Purtroppo non ho mai trovato qualcosa che, anche vagamente, gli somigliasse (“Salomon Gursky è stato qui” mi è piaciuto, ma non è Barney).
Dopo anni c’ho riprovato con “Le meraviglie di St Urban street”. Niente da fare. Il libro scorre, la prosa è piacevole….ma niente, non è scattato l’innamoramento.
Però il libro ha dei lati interessanti, ad esempio la capacità dell’autore di descrivere la condizione particolare che vivono i giovani protagonisti che sembrano usciti da una canzone di guccini “negri, ebrei, comunisti”. Si tratta infatti dei ricordi di infanzia adolescenza dello scrittore che non era nero, ma figlio di immigrati sì, ebreo e frequentante una comunità piena di comunisti (il tutto in Canada).
Ne esce fuori un affresco interessante tra voglia di integrazione/emancipazione, attaccamento alle tradizioni/senso di appartenenza alla comunità. Da una parte c’è il desiderio di entrare a far parte del mondo wasp (guardato con rispetto quasi reverenziale), dall’altra l’importanza delle tradizioni.
Si comprende come in quel periodo si rinnovava profondamente il melting pot nel continente americano, dando vita a una cultura rinnovata e piena di nuovi stimoli.
Purtroppo non si impara mai dalle esperienze degli altri.

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