Ascanio Celestini e i precari

Non so quanti di voi abbiano seguito lo scambio tra me e Gino a proposito di “Un giorno credi”.
Ascanio Celestini è uno dei pochi che oggi riescono a riempire il vuoto. Uno dei pochi che riescono ancora a rompere il silenzio. A stupire con l’ordinario. Perchè questo è il punto. Ascanio Celestini non si inventa niente. E’ un verista, racconta storie di persone qualunque, ma stupisce. E perchè questo? Perchè oggi, nella società dell’informazione sovrabbondante, l’ordinario può stupire? Perchè sappiamo tutto di Carla Bruni e Sarkozy, sappiamo pure quello che non è vero, sappiamo tutto dei funerali della mamma di Berlusconi, grandi giornalisti ci hanno svelato i segreti de “La casta”, ma da tempo nessuno ci parla più delle persone, delle persone normali, di quelli come noi. Perchè non ce ne parla più nessuno? Perchè – dicono – le gente vuole divertirsi. Vuole leggerezza. Forse. Forse è vero che, a volte, abbiamo bisogno di distrarci, di non pensare. Ma forse c’è un altro perchè più profondo e solido. Alla classe dirigente (e ci metto dentro anche la maggior parte dei giornalisti) non fa comodo mostrare le miserie delle vite comuni. Quando durante la ricostruzione De Sica girò “Umberto D.” (1952) incontrò non pochi ostacoli nel farlo uscire nelle sale. Una certa classe politica vi si oppose con forza. Giulio Andreotti disse (da wikipedia): ”Se è vero che il male si può combattere anche mettendone a nudo gli aspetti più crudi, è pur vero che se nel mondo si sarà indotti – erroneamente – a ritenere che quella di Umberto D. è l’Italia della metà del ventesimo secolo, De Sica avrà reso un pessimo servizio alla sua patria, che è anche la patria di Don Bosco, del Forlanini e di una progredita legislazione sociale”.

Purtroppo allora molti italiani vivevano come Umberto D. e anche peggio e a questi italiani non importava molto dell’impressione che gli svizzeri avrebbero ricavato della loro condizione.

Oggi sono molti di più gli italiani a vivere come i protagonisti di “Fabbrica”, di “Parole Sante” di quelli che vivono come Vacanze a Miami, ma molti preferiscono pensare che non è possibile, si girano verso il muro e si addormentano serenamente.

  

Siamo tutti Rossano Brazzi

Tanti anni fa in una puntata di “Indietro Tutta” (non ricordo se alla fine del 1987 o all’inizio del 1988) ci fu uno dei più bei pezzi di quella che oggi chiamerebbero “meta-televisione”: Troisi che diventa Rossano Brazzi perchè lo dice la TV.

Oggi mi sembra un bell’esempio di flessibilità.
Gli appartenenti alle generazioni nate dagli anni ‘70 in poi sono costretti a reciclarsi e a procedere da autodidatti perchè hanno titoli di studio che non valgono più nulla, perchè nelle scuole non si insegna più nemmeno a parlare – e meno che mai a scrivere - l’italiano, perchè nelle università si continua a insegnare come trent’anni fa e solo dopo tre master (pagati svariati euro) capisci che se vuoi davvero imparare qualcosa che sia utile per il lavoro ti devi dare da fare da solo.
Sono costretti a svendersi perchè il lavoro non c’è. O almeno non c’è più quello che ci hanno insegnanto a chiamare lavoro. Quello sul quale suppongo si fondi la nostra Repubblica (art. 1 L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro……e mica può essere fondata su qualcosa di precario sta Repubblica no? e meno che mai sui call center)
Sono state costretti a riciclarsi per riuscire a tirare avanti……

Ci hanno spiegato che è giusto così. Che è normale. Che siamo strani noi se viviamo fino a trent’anni con mamma e papà “guardate i tedeschi, mammoni che non siete altro” e intanto ci davano stipendi mensili inferiori ai fitti che chiedevano per un monolocale. Ci hanno anche detto che non è buona cosa protestare perchè siamo fortunati, noi un lavoro ce l’abbiamo, c’è chi non ce l’ha. Ci hanno pazientemente dimostrato che non importa se un figlio una donna lo fa a quarant’anni (quando lo fa) tanto c’è l’amniocentesi. Ci hanno spiegato che non è così brutto dover chiedere a mamma e papà un aiuto per vivere fino a quarant’anni (certo ad averceli un padre e una madre che ti possono aiutare).

Ci hanno detto che viviamo in un paese con un bel clima e tanti monumenti.
C’è il calcio, i reality e il grattaevinci. Possiamo e dobbiamo essere felici e soddisfatti. Possiamo e dobbiamo strare tranquilli, perchè in Africa sì che si sta male

Ecco all’inizio ci siamo sentiti così, smarriti, qualche protesta l’abbiamo avanzata, con educazione, senza insistere, proprio come il povero Troisi diventato improvvisamente Brazzi. Ogni volta che cambiavamo lavoro, che ci rifiutavano il mutuo (e in fondo menomale altrimenti ora saremmo sul lastrico), che ci chiedevano “ma lei un’assicurazione privata ce l’ha?” (e con quali soldi?), ci siamo chiesti, ma davvero siamo al sicuro?
Ma poi con il tempo ci siamo lasciati convicere. Sì siamo diventati flessibili e abbiamo capito che se lo diceva la TV o un altro Grande Fratello potevamo essere, anzi dovevamo essere inevitabilmente altro da noi. Potevamo anzi dovevamo sentirci soddisfatti. E ce ne sono in giro di imbonitori, più bravi se possibile di Arbore e di Frassica, che c’hanno messo poco a tranquillizzarci: era tutto a posto così.

 Io cerco di essere flessibile - o almeno non rigida - ma continua a rimanermi incollata sulla faccia la stessa espressione perplessa di Troisi a fine trasmissione

questo è uno spezzone, se vi appassionate su youtube ce ne sono altri

Precarietà

In questi giorni alcuni conoscenti, amici, parenti, affini hanno ottenuto finalmente un posto a tempo indeterminato. Le così dette “stabilizzazioni”. Una specie di sanatoria. Perchè in Italia si va avanti così in molti campi. Fuori o ai limiti della legalità per anni. Sotto gli occhi di tutti. E poi all’imporvviso si sana tutto. Case costruite a due passi dal mare, collaboratori domestici cingalesi, lavoratori precari.

Ma non è questo il punto. Quello che mi ha veramente stupito è che nella vita di queste persone non è cambiato nulla (o quasi). Certo non è cambiato nulla perchè hanno sempre lavorato come lavoratori a tempo indeterminato. Ma almeno mi aspettavo un sospiro di sollievo. Qualche pensiero in meno. Qualche preoccupazione dimenticata. Ma non sembra sia così.

E allora mi chiedo che ci abbiano inoculato la “precarietà” così profondamente che ormai fa parte indissolubilmente di noi? Che la nostra sia una generazione “precaria” per definizione?

Oppure peggio, mentre sognavamo la stabilità, l’Italia è precipitata così in basso che la stabilità individuale non basta più, non vuol più dire nulla tanto è drammatica la situazione del paese?