Ehrengard – Karen Blixen

E’ un libretto che definirei “prezioso”. Dentro poche pagine c’è molta arte, nelle sue moltiplici forme. L’arte dello scrivere, ovviamente, con una prosa fine e sapiente. Ma c’è anche la musica: è impossibile non accostare i capitoli ai movimenti di una sonata (visto che è la stessa autrice a invitare a farlo). Così come la pittura con la capacità dell’autrice di disegnare, davanti agli occhi del lettore, immagini vivide e poetiche con mille rimandi a modelli esistenti (non si può non pensare alla Venere del Botticelli per il bagno all’alba di Ehrengard).

 

Un libretto che è anche una splendida storia al femminile. Una storia un cui le donne escono vincenti in ogni senso: nell’amore come nella lealtà, nella capacità di agire prontamente, come in quella di tessere e costruire. Sono le donne che muovono tutta la vicenda e la guidano verso una conclusione che è inaspettata solo perché siamo abituati a guardare il mondo al maschile.

 

Un libro sulla seduzione al maschile (in questo caso non necessariamente carnale) che viene sconfitta dalla spontaneità del sentimento, il coraggio tutto femminile.

 

Un libro che gira intorno a una figura, Ehrengard, della quale mi sarei di certo innamorata nella mia adolescenza. Alta, pura, eterea, ma anche incredibilmente passionale e umana.

Anatomia di un’indagine – Leif GW Persson

Un titolo estremamente azzeccato per un libro molto piacevole.

La protagonista indiscussa del romanzo è infatti l’indagine. Non sono i personaggi, pure gustosi, a produrre conseguenze sull’indagine, a influenzarne il corso. È piuttosto l’indagine a cambiare la vita dei personaggi, a influenzarla, a modificarla radicalmente: c’è chi muore, chi si lascia, chi cambia lavoro, chi si uccide, chi impazzisce….tutto perché Linda è stata uccisa…da chi? Ecco nemmeno questo in fondo conta davvero….conta di più quello che la morte di Linda scatena, il processo che la tragica uccisione mette in moto.

Bella la capacità di cambiare registro e di alternare gli sguardi dei diversi personaggi sull’indagine.

Di questi resta sicuramente più impresso di altri il commissario Bäckström, un poliziotto molto “politicamente scorretto”: ubriacone, razzista, pasticcione e arrogante. Forse potrebbe essere lui l’insolito protagonista se non fosse l’indagine a stare al centro. Tant’è che non sarà lui a scoprire l’assassino.

Un difetto? Il finale è un po’ lento, ma rientra in quel processo di anatomia dell’indagine che dà sostanza al libro.

Se volete leggere un bel giallo durante questa estate ve lo consiglio, ma non fate l’errore che ho fatto io. Questo libro è preceduto da altri due romanzi (in ogni caso non è fondamentale averli letti per gustarsi questo). Cominciate da “Tra la nostalgia dell’inverno e il gelo dell’estate”, come mi era stato consigliato di fare….poi io ho fatto confusione e alla fine lo sto leggendo adesso.

2666 – Roberto Bolaño

Ho finito “2666” da più di un mese. E ve ne parlo solo oggi. Non è mai stato così difficile parlare di un libro. Bolaño è cileno.  Meglio, sudamericano. E forse la chiave è lì. I suoi libri sono magici della magia dei sudamericani. Sono ironici dell’ironia dei sudamericani. Sono disincantati del disincanto dei sudamericani. Come si fa a essere magici e disincantati insieme? Non lo so signori, se lo sapessi mi sarei da tempo messa a scrivere romanzi.

“2666” (io ho letto il volume che contiene le prime tre parti, l’unico per ora uscito in Italia) è un libro di quelli che in un altro post ho definito magici. Un libro colto, pieno di richiami, di simboli, di citazioni, che con grande autoironia smaschera la “cultura” (ne “la parte dei critici”), il mondo della cultura, le idiosincrasie di chi fa ricerca e si chiude in un mondo tutto suo, la follia di credere che quello sia il centro, la moralità di chi si crede superiore all’uomo “medio”. È un libro fatto anche di personaggi che passano davanti all’occhio del lettore definiti come davanti a una macchina da presa. Ed è anche un libro fatto di grandi assenze (di nuovo i sudamericani): a lungo il vero protagonista è un inafferrabile scrittore che tutti cercano e nessuno trova davvero.  È un libro politico, sul rapporto tra la democrazia e la cultura. È un giallo (quasi un noir). È una storia d’amore.

E’ un libro eccezionale scritto con maestria. Il resto ho deciso di leggerlo in lingua originale

Firmino – Sam Savage

Mi sono lasciata convincere e l’ho letto. Firmino ha un grande pregio, raro di questi tempi:è un libro onesto. Non è un capolavoro e non pretende di esserlo. Dall’inizio alla fine è un libro modesto che parla con voce pacata. Tutto sommato gradevole da leggere. L’ho finito in tempi in cui fatico a finire quello che non mi convince. L’errore è stato quello della casa editrice. La pretesa di passarlo per un fenomeno letterario. Non lo è. È un libro che sarà presto dimenticato. Scrivere sul risvolto di copertina a proposito dell’autore:“Ha scritto con Firmino il libro della sua vita” mi sembra esagerato. Forse della sua vita, ma non della nostra, come ci vorrebbero lasciar intuire.

Nella storia ci sono molti spunti buoni e molti déjà vu. Non riesco a definirlo leggero perché la malinconia, la solitudine, il senso di incomunicabilità (il male di vivere?) che lo attraversa è così forte, così onnipresente che finisce per non lasciare spazio alla leggerezza. Invece leggera è la penna di Savage che, come esordiente, tutto sommato non è male.

Naturalmente come tutti i libri modesti sbraca totalmente nel finale (e dire che proprio all’inizio del libro c’è tutta una storia sugli incipit e il resto dei romanzi che non sono all’altezza…..)

Un bel passaggio:

“Penso sempre che ogni cosa durerà in eterno ma non è mai così. In realtà, niente esiste per più di un istante, tranne ciò che custodiamo nella memoria”

La ragazza dello Sputnik – Murakami Haruki

“Questa donna amava Sumire. Ma non riusciva a provare desiderio per lei. Sumire la amava e la desiderava. Io amavo Sumire e la desideravo. Sumire mi voleva bene ma non mi amava e non provava desiderio per me. Io riuscivo a provare desiderio per un’altra donna, ma non l’amavo. Era molto complicato. Sembrava la trama di un dramma esistenzialista. Tutto finiva in un vicolo cieco e nessuno trovava una via d’uscita. Nessuno aveva possibilità di scelta. E sumire, lei sola, era uscita di scena”

 

Il libro è tutto qui. In queste parole. Un libro sulla molteplicità dei modi di amare e sulla loro incompletezza. L’impossibilità di penetrare completamente una persona (penetrazione sessuale o psicologica che sia). L’esistenza di un velo che ci separa dall’amato.

È il secondo libro di Muratami Haruki che leggo ed è servito a confermarmi che Raymond Carver era un genio. Lo stile asciutto e pulito, il distacco, l’immobilità facevano brillare i racconti contenuti in “Tutti i figli di Dio danzano”. Lo stesso stile applicato a un romanzo risulta meno convincente e coinvolgente. I geni hanno sempre contezza dei propri limiti. Carver non ha mai scritto romanzi.

Radio Aut

Libri delle vacanze. Non parlerò delle mie vacanze. Non in via generale. Certo alcuni episodi verranno fuori e sicuramente le letture.

La prima che ho fatto è stata quella di un libro che mi hanno regalato dei cari amici per il mio compleanno (vi ho mai detto che adoro che mi si regalino libri per il mio compleanno?) Peppino Impastato e i suoi compagni “Radio aut” materiali di un’esperienza di controinformazione.  Aut stava appunto per “oppure” per “essere altro”.

Si tratta della raccolta delle notizie trasmesse dalla radio tra il 1977 e il 1978. L’idea è buona, ma avrebbe avuto bisogno di qualche pezza d’appoggio in più. Di qualche nota di accompagnamento che si spingesse più in là nell’analisi e potesse fare da guida al lettore che altrimenti rischia di perdersi.
Almeno il lettore che allora non c’era o che aveva cinque anni.

Alcuni spunti di riflessione però il libro li dà. Il primo che vi propongo è la capacità di connettere gli eventi internazionali con la “cronaca” operaia locale. Colpisce come i notiziari ,pur saltando da Beirut a Palermo, da New York a Gela, abbiano una loro unitarietà, un loro profilo.

Il secondo, m ben più importante è l’ingenuità. Quando si legge l’impostazione di certe notizie ti viene da dire “E mbeh che si aspettava”. Ti sembra che Peppino sia un bambino. Uno che crede alle favole. che non sa vedere che certe cose sono impossibili e che altre sono inevitabili. A volte sembra un giornale messo su da ragazzetti, mentre Peppino aveva quasi trent’anni. all’epoca. Pensi “che ingenuo”, E dopo un attimo che l’hai pensato capisci. Capisci che ti hanno fregato. Capisci che ti hanno rubato quello che Peppino per carattere e per epoca aveva: la forza di crederci. Credere nella politica. Una politica diversa. Credere nela giustizia. una giustizia diversa. Credere soprattutto nella possibilità di cambiare il mondo attraverso la lotta democratica. Quello in cui noi in fondo non crediamo più. Accettiamo quello che c’è cercando di evitare di farci (troppo) male. Forse la scomparsa delle radio libere segna un’epoca come la scomparsa delle lucciole   

 

Osvaldo Soriano – Il rigore più lungo del mondo

Mi accorgo che la faccenda dei rigori mi appassiona molto. Pur non essendo particolarmente interessata al calcio. Questo è un racconto che mi paice moltissimo. Lo ascoltai per la prima volta letto da Baricco. E, nonostante questo, mi piacque

 

Il rigore più fantastico di cui io abbia notizia è stato tirato nel
1958 in un posto sperduto di Valle de Rìo Negro, una domenica
pomeriggio in uno stadio vuoto. Estrella Polar era un circolo con i
biliardi e i tavolini per il gioco delle carte, un ritrovo da ubriachi
lungo una strada di terra che finiva sulla sponda del fiume. Aveva una
squadra di calcio che partecipava al campionato di Valle perché di
domenica non c’era altro da fare e il vento portava con sé la sabbia
delle dune e il polline delle fattorie.
I giocatori erano sempre gli stessi, o i fratelli degli stessi. Quando
avevo quindici anni, loro ne avevano trenta e a me sembravano
vecchissimi. Dìaz, il portiere, ne aveva quasi quaranta e i capelli
bianchi che gli ricadevano sulla fronte da indio arcuano. Alla coppa
partecipavano sedici squadre e l’Estrella Polar finiva sempre dopo il
decimo posto. Cedo che nel 1957 si fossero piazzati al tredicesimo e
tornavano a casa cantando, con la maglia rossa ben ripiegata nella
borsa perché era l’unica che avessero. Nel 1958 avevano cominciato a
vincere per uno a zero con l’Escudo Cileno, un’altra squadra
miseranda. Nessuno ci badò. Invece, un mese dopo, quando avevano vinto
quattro partite di seguito ed erano in testa al torneo, nei dodici
paesi di Valle si cominciò a parlare di loro.
Le vittorie erano state tutte per un solo goal, ma bastavano a far
rimanere il Deportivo Belgrano, l’eterno campione, la squadra di
Padìn, di Constante Gauna e di Tata Cardiles, al secondo posto, con un
punto di distacco. Si parlava dell’Estrella Polar a scuola,
sull’autobus, in piazza, ma nessuno immaginava ancora che alla fine
dell’autunno avrebbero avuto ventidue punti contro i ventuno dei
nostri.
I campi si riempivano per vederli finalmente perdere. Erano lenti come
somari e pesanti come armadi ma marcavano a uomo e gridavano come
maiali quando non avevano la palla. L’allenatore, uno vestito di nero,
con baffetti sottili, un neo sulla fronte e mozzicone spento tra le
labbra, correva lungo la linea laterale e li incitava con una verga di
vimini quando gli passavano vicino. Il pubblico ci si divertiva e noi,
che giocavamo di sabato perché eravamo più piccoli, non riuscivamo a
spiegarci come potessero vincere se giocavano così male.
Davano e ricevevano colpi con tale lealtà e con tale entusiasmo che
dovevano appoggiarsi gli uni agli altri per uscire dal campo mentre la
gente li applaudiva per l’uno a zero e porgeva loro bottiglie di vino
rinfrescate sotto la terra umida. La sera facevano festa nel
postribolo di Santa Ana e la Gorda Zulema si lamentava perché
mangiavano le poche cose che conservava nella ghiacciaia.
Erano diventati l’attrazione del paese e a loro tutto era consentito.
I vecchi li raccoglievano nei bar quando bevevano troppo e
cominciavano ad attaccar briga; i commercianti li omaggiavano di
qualche giocattolo e di caramelle per i bambini e al cinema le ragazze
accettavano carezze al di sopra delle ginocchia. Fuori dal paese,
nessuno li prendeva sul serio, neppure quando avevano vinto con
l’Atletico San Martìn per due a uno. Nel pieno dell’euforia furono
sconfitti come tutti quanti a Barda del Medio e sul finire dell’andata
persero il primo posto quando il Deportivo Belgrano li sistemò con
sette goal. Tutti credemmo, allora, che la normalità fosse stata
ristabilita.
Ma la domenica dopo vinsero per uno a zero e continuarono nella loro
litania di laboriose, orrende vittorie e arrivarono alla primavera con
un solo punto in meno rispetto al campione.
L’ultimo scontro divenne storico a causa del rigore. Lo stadio era
tutto esaurito e lo erano anche i tetti delle case vicine e il paese
intero aspettava che il Deportivo Belgrano, giocando in casa,
replicasse almeno i sette goal dell’andata. Il giorno era fresco e
assolato e le mele cominciavano a colorirsi sugli alberi. L’Estrella
Polar aveva portato oltre cinquecento tifosi che presero d’assalto la
tribuna e i pompieri dovettero tirar fuori gli idranti per farli stare
calmi.
L’arbitro che fischiò il rigore era Herminio Silva, un epilettico che
vendeva biglietti della lotteria nel circolo locale e tutti quanti
capirono che si stava giocando il lavoro quando al quarantesimo del
secondo tempo si era ancora sull’uno a uno e non aveva fischiato la
massima punizione, anche se quelli del Deportivo Belgrano entravano a
tuffo nell’area dell’Estrella Polar e facevano capriole e salti
mortali per impressionarli. Sul pareggio la squadra locale era
campione e Herminio Silva voleva conservare il rispetto di sé e non
concedeva il rigore perché non c’era fallo.
Ma al quarantaduesimo rimanemmo tutti a bocca aperta quando la
mezz’ala sinistra dell’Estrella Polar infilò una punizione da molto
lontano e portò la squadra ospite sul due a uno. Allora sì che
Herminio Silva pensò al suo lavoro e allungò la partita fino a quando
Padìn entrò in area e appena gli si avvicinò un difensore fischiò.
Fece uscire dal fischietto un suono stridulo, imponente e indicò il
punto del rigore. All’epoca, il luogo dell’esecuzione non era indicato
con il dischetto bianco e bisognava contare dodici passi da uomo.
Herminio Silva non riuscì nemmeno a raccogliere il pallone perché
l’ala destra dell’Estrella Polar, Rivero, detto el Colo, lo stese con
un pugno sul naso. La rissa fu così lunga che scese la sera e non ci
fu modo di sgomberare il campo né di risvegliare Herminio Silva. Il
Commissario, con una lanterna accesa, sospese la partita e diede
ordine di sparare in aria. Quella sera il comando militare decretò lo
stato di emergenza, o qualcosa del genere, e fece preparare un treno
per allontanare dal paese tutti quelli che non sembravano del posto.
Secondo il tribunale della Lega, che venne riunito il martedì
seguente, si dovevano giocare ancora venti secondi a partire
dall’esecuzione del calcio di rigore, e quel match privato tra
Constante Gauna, il cannoniere, e el Gato Dìaz in porta, avrebbe avuto
luogo la domenica dopo, ullo stesso campo, a cancelli chiusi. Così
quel rigore durò una settimana ed è, se nessuno mi dimostra il
contrario, il più lungo della storia.
Mercoledì marinammo la scuola e andammo nel paese vicino a curiosare.
Il circolo era chiuso e tutti gli uomini si erano riuniti sul campo,
tra le dune. Avevano formato una lunga fila per battere i rigori
contro el Gato Dìaz e l’allenatore con il vestito nero e il neo sulla
fronte cercava di spiegare loro che quello non era il modo migliore di
mettere alla prova il portiere. Alla fine, tutti tirarono il loro
rigore e el Gato ne parò parecchi perché li battevano con ciabatte e
scarpe da passeggio. Un soldato bassino, taciturno, che stava in fila,
sparò un tiro con la punta dell’anfibio militare che quasi sradica la
rete. Sul far della sera tornarono in paese, aprirono il circolo e si
misero a giocare a carte. Dìaz rimase tuta la sera senza parlare,
gettando all’indietro i capelli bianchi e duri finché dopo mangiato
s’infilò lo stuzzicadenti in bocca e disse: – Constante li tira a
destra.
- Sempre, -disse il presidente della squadra.
- Ma lui sa che io so.
- Allora siamo fottuti.
- Sì, ma io so che lui sa, – disse el Gato.
- Allora buttati subito a sinistra, – disse uno di quelli che erano
seduti a tavola.
- No. Lui sa che io so che lui sa, – disse el Gato Dìaz e si alzò per
andare a dormire.
- El Gato è sempre più strano, – disse il presidente della squadra nel
vederlo uscire pensieroso, camminando piano.
Martedì non andò all’allenamento e nemmeno mercoledì. Giovedì, quando
lo trovarono che camminava sui binari del treno, parlava da solo e lo
seguiva un cane dalla coda mozzata.
- Lo pari? – gli domandò, ansioso, il garzone del ciclista.
- Non lo so. Che cosa cambia, per me? – domandò.
- Che ci consacriamo tutti, Gato. Glielo diamo nel culo a quelle
checche del Belgrano.
- Io mi consacro quando la rubia Ferriera mi dirà che mi vuole bene, -
disse e fischiò al cane per tornarsene a casa.
Venerdì la rubia Ferreira badava come sempre alla merceria quando il
sindaco entrò con un mazzo di fiori e con un sorriso largo quanto
un’anguria aperta.
- Questi te li manda el Gato Dìaz e fino a giovedì tu devi dire che è
il tuo fidanzato.
- Poveretto, – disse la donna con una smorfia e nemmeno li guardò,
quei fiori che erano arrivati da Neuquén con l’autobus delle dieci e
mezza.
La sera andarono al cinema insieme. Nell’intervallo, el Gato uscì
nell’atrio per fumare e la rubia Ferreira rimase sola nella penombra,
con la borsa sulla gonna, a leggere cento volte il programma senza
alzare lo sguardo.
Sabato pomeriggio el Gato Dìaz chiese in prestito due biciclette e
andarono a fare una passeggiata sulla riva del fiume. Mentre iniziava
il pomeriggio cercò di baciarla ma lei girò la faccia e disse che
forse gliel’avrebbe permesso domenica sera, se parava il rigore, al
ballo.
- E io come faccio a saperlo? – disse lui.
- A sapere cosa?
- Se mi devo buttare da quella parte.
La rubia Ferreira lo prese per mano e lo portò fino al posto in cui
avevano lasciato le biciclette.
- In questa vita non si sa mai chi inganna e chi è ingannato, -disse
lei.
- E se non lo paro? – domando el Gato.
- Allora vuol dire che non mi vuoi bene, -rispose la rubia, e
tornarono in paese.
La domenica del rigore partirono dal circolo venti camion carichi di
gente, ma la polizia li bloccò all’ingresso del paese e dovettero
fermarsi accanto alla strada, ad aspettare sotto il sole. A quei tempi
e in quel posto non c’erano né televisori né stazioni radio né qualche
altro mezzo per seguire cosa succedeva su un campo chiuso, così quelli
dell’Estrella Polar predisposero una specie di staffetta tra lo stadio
e la strada.
Il garzone del ciclista salì su un tetto da dove si vedeva la porta di
Gato Dìaz e da lì avrebbe raccontato quello che vedeva a un altro
ragazzo che stava sul marciapiede e che a sua volta lo avrebbe
riferito a un altro che stava a venti metri e così via finché ogni
particolare sarebbe arrivato al punto in cui aspettavano i tifosi
dell’Estrella Polar.
Alle tre del pomeriggio le due squadre scesero in campo vestite come
se dovessero giocare una vera partita. Herminio Silva aveva la divisa
nera, scolorita ma in ordine quando tutti furono schierati a
centrocampo andò dritto verso el Colo Rivero che gli aveva dato il
pugno la domenica prima e lo espulse. Non era ancora stato inventato
il cartellino rosso e Herminio indicava la bocca del tunnel con mano
ferma da cui pendeva il fischietto. Alla fine, la polizia portò via a
spintoni el Colo che sarebbe voluto rimanere a vedere il rigore.
Allora l’arbitro andò fino alla porta con la palla stretta contro un
fianco, contò dodici passi e la sistemò a terra. El Gato Dìaz si era
pettinato con la brillantina e la testa gli risplendeva come una
pentola di alluminio.
Noi lo osservavamo appoggiati contro il muretto che circondava il
campo, proprio dietro la porta, e quando si dispose sulla riga di
calce e prese a strofinarsi le mani nude cominciammo a scommettere su
quale lato avrebbe scelto Constante Gauna.
Lungo la strada avevano interrotto la circolazione e tutti aspettavano
quell’istante perché erano dieci anni che il Deportivo Belgrano non
perdeva una coppa né un campionato. Anche i poliziotti volevano
sapere, e così lasciarono che la catena di staffette si dislocasse
lungo tre chilometri e le notizie correvano di bocca ritmate dalle
contrazioni del fiatone.
Alle tre e mezza, quando Herminio Silva ebbe ottenuto che i dirigenti
delle due squadre, gli allenatori e le forze vive del popolo
abbandonassero il campo, Constante Gauna si avvicinò per sistemare la
palla. Era magro e muscoloso e aveva le sopracciglia tanto folte che
la faccia ne sembrava tagliata in due. Aveva tirato tante volte quel
rigore – raccontò poi – che lo avrebbe rifatto in ogni momento della
sua vita, sveglio o addormentato.
Alle quattro meno un quarto, Herminio Silva si dispose a metà strada
tra la porta e il pallone, portò il fischietto alla bocca e soffiò con
tutte le sue forze. Era così nervoso e il sole gli aveva tanto
martellato sulla nuca che quando il pallone partì in direzione della
porta sentì gli occhi rovesciarglisi all’indietro e cadde di spalle
schiumando dalla bocca. Dìaz fece un passo in avanti e si buttò sulla
destra. Il pallone partì roteando su se stesso verso il centro della
porta e Constante Gauna indovinò subito che le gambe del Gato Dìaz
sarebbero riuscite a deviarlo di lato. El Gato pensò al ballo della
sera, alla gloria tardiva, al fatto che qualcuno sarebbe dovuto
accorrere per mettere in corner il pallone che era rimasto a rotolare
in area.
El petiso Mirabelli arrivò per primo e la mise fuori, contro la rete
metallica, ma Herminio Silva non poteva vederlo perché stava a terra,
si rotolava in preda a un attacco di epilessia. Quando tutta
l’Estrella Polar si rovesciò sopra al Gato Dìaz per festeggiare, il
guardalinee corse verso Herminio Silva con la bandierina alzata e dal
muretto su cui eravamo seduti lo sentimmo gridare : “Non vale! Non
vale!”
La notizia corse di bocca in bocca, gioiosa. La respinta del Gato e lo
svenimento dell’arbitro. A quel punto sulla strada tutti aprirono
damigiane di vino e cominciarono a festeggiare, sebbene il “non vale”
continuasse ad arrivare balbettato dai messaggeri con una smorfia
attonita.
Fino a quando Herminio Silva non si fu rimesso in piedi, sconvolto
dall’attacco, non arrivò la risposta definitiva. Come prima cosa volle
sapere “che è successo” e quando glielo raccontarono scosse la testa e
disse che bisognava tirare di nuovo perché lui non era stato presente
e il regolamento prescrive che la partita non si possa giocare con un
arbitro svenuto. Allora el Gato Dìaz allontanò quelli che volevano
pestare il venditore di biglietti della lotteria al Deportivo Belgrano
e disse che bisognava sbrigarsi perché la sera aveva un appuntamento e
una promessa e andò di nuovo a mettersi in porta.
Constante Gauna non doveva avere molta fiducia in se stesso perché
propose a Padìn di tirare e solo dopo andò vero la palla mentre il
guardalinee aiutava Herminio a stare in piedi. Fuori si sentivano
strombazzamenti festosi dei tifosi del Deportivo Belgrano e i
giocatori dell’Estrella Polar cominciarono a ritirarsi dal campo
circondati dalla polizia.
Il tiro arrivò a sinistra e el Gato Dìaz si buttò nella stessa
direzione con un’eleganza e una sicurezza che non mostrò mai più.
Constante Gauna alzò gli occhi al cielo e cominciò a piangere. Noi
saltammo giù dal muretto e andammo a guardare da vicino Dìaz, il
vecchio, che rimirava il pallone che aveva tra le mani come se avesse
estratto la pallina vincente alla lotteria.
Due anni dopo, quando el Gato era ormai un rudere e io ero un
giovanotto insolente, me lo trovai ancora di fronte, a dodici passi di
distanza, e lo vidi immenso, rannicchiato sulla punta dei piedi, con
le dita aperte e lunghe. Aveva al dito una fede che non era della
rubia ma della sorella del Colo Rivero, india e vecchia come lui.
Evitai di guardarlo negli occhi e cambiai piede; poi tirai di
sinistro, basso, sapendo che non l’avrebbe parato perché era molto
rigido e portava il peso della gloria.
Quando andai a prendere il pallone nella porta, si stava rialzando
come un cane bastonato.
Bene, ragazzo – mi disse. – Un giorno andrai in giro da queste parti a
raccontare che hai segnato un goal a Gato Dìaz, ma nessuno ti crederà.
(Osvaldo Soriano)

Homing – Sara Benedetti

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Un’avvertenza importante: sono figlia unica, ma questo libro l’ha scritto la mia sorellina.

Questo non vuol dire che mi piacerebbe comunque. Anzi. Però andava detto.  Perché quando l’ho cominciato facevo una gran fatica a vedere il protagonista come un uomo. Sentivo la voce di Sara che raccontava. Sentivo il suo fluire di pensieri che conosco così bene, così simile al mio.

All’inizio, poi però man mano che andavo avanti Mariano era Mariano e Sara restava sullo sfondo. Nonostante tutto, il personaggio era così forte da superare anche la conoscenza di una vita, da frapporsi tra me e Sara, da avere una sua indipendenza.

Prima della metà ho dimenticato che il libro l’aveva scritto Sara e ho cominciato a godermelo davvero. Fino a stupirmi che ci fossero i Duran Duran. Cazzarola. Certo che ci sono i Duran Duran, l’abbiamo traumatizzata la povera ragazzina!

Accade tutto in un giorno, ma che giorno! Un giorno che vale una vita. Una vita a cercare, a cercarsi. A cercare di liberarsi. Noi lo incontriamo proprio nel suo grande giorno Mariano Traversi (il protagonista)

Lui aveva questa teoria. Che ognuno di noi si porta dentro una statua. Una statua che viene costruita relativamente presto. Intorno ai quattordici anni. È opera tua ma il mondo ti dà una bella mano, diciamo così. Qualcuno ti invita  a ballare, per esempio. Ma è l’unica persona della festa che non ti crea sussulti ormonali, Per cui dici: no, non mi piace ballare. E da allora sarai quello che non balla. Oppure tua madre dice a un vicino: “Ma quale ingegneria. Lui ha una bella parlantina: sarà un avvocato” E da allora tu sarai quello portato per la giurisprudenza. Non importa che potrebbe essere così davvero. Non hai avuto ancora modo di pensarci. E non importa che in seguito tu decida di corrispondere in ogni particolare alla statua o che tu voglia distruggerla. Per tutta la vita te la vedrai con quello che gli altri vedono di te. La statua” (p.10)

 Sono belli i dialoghi e mi piacciono le situazioni che Sara si è andata a cercare. Le stesse in cui io sono incappata tante volte (i medici, gli insegnanti, quelli che vanno a Formentera). Quella del beauty dog è sensazionale. Forse un po’ eccessiva quella del matrimonio, ma serve, ha un suo senso.  

E poi il libro ha un grande pregio. Abbiamo già parlato su questo blog dell’importanza del finale. Beh Sara non sbraga. Anzi. “Homing” è un crescendo.

Confesso che mi sono chiesta spesso perché il titolo “Homing”. Si capisce alla fine. Come in un giallo. I periodi finali, come in un noir, danno senso a tutto quel fluire di pensieri che altrimenti rimarrebbe solo, appunto, un bel fluire.

Sì penso anch’io che la vita sia un difficilissimo percorso di ripulitura, un percorso che se sei tenace, forte e fortunato ti porta a liberarti da tutte le zavorre che ti hanno caricato sulle spalle, dal trucco che ti hanno steso sul viso, dalle finzioni che ti hanno imposto e che ti sei lasciato imporre. La vita non è come ci dicono “costruzione”. Meno che mai è accumulazione. La vita è tornare all’origine. Tornare a casa.

LEGGETELO!

Cortàzar

E’ uno dei miei scrittori preferiti e Rayuela (tradotto in italiano come “Il gioco del mondo”, che però secondo me non rende l’idea e io poi quel gioco lo chiamavo “campana”) è uno dei romanzi che non si possono non leggere. Qualcuno l’ha chiamato “antiromanzo”. Altri l’hanno definito romanzo interattivo ante litteram. Io non voglio parlarne. Non ora. Non per esteso.(ma prima o poi succederà, sappiatelo).  Ma l’altro giorno mi sono imbattuta in un video in cui Cortàzar legge uno dei passi che amo di più di Rayuela dal capitolo 7

Questa la traduzione:

Tocco la tua bocca, con un dito tocco l’orlo della tua bocca, la sto disegnando come se uscisse dalle mie mani, come se per la prima volta la tua bocca si schiudesse, e mi basta chiudere gli occhi per disfare tutto e ricominciare, ogni volta faccio nascere la bocca che desidero, la bocca che la mia mano sceglie e ti disegna in volto, una bocca scelta fra tutte, con sovrana libertà scelta da me per disegnarla con la mia mano sul tuo volto, e che per un caso che non cerco di capire coincide esattamente con la tua bocca che sorride sotto quella che la mia mano ti disegna.
Mi guardi, ti guardo da vicino, ogni volta più vicino e allora giochiamo al ciclope, ci guardiamo ogni volta più da vicino e gli occhi ingrandiscono, si avvicinano fra loro, si sovrappongono e i ciclopi si guardano, respirando confusi, le bocche si incontrano e lottano tiepidamente, mordendosi con le labbra, appoggiando appena la lingua sui denti, giocando nei loro recinti dove un’aria pesante va e viene con un profumo vecchio e un silenzio. Allora le mie mani cercano di affondare nei tuoi capelli, accarezzare la profondità dei tuoi capelli mentre ci baciamo come se avessimo la bocca piena di fiori o di pesci, di movimenti vivi, di fragranza oscura. E se ci mordiamo il dolore è dolce, se soffochiamo in un breve e terribile assorbire simultaneo del respiro, questa istantanea morte è bella. E c’è una sola saliva e un solo sapore di frutta matura, e io ti sento tremare stretta a me come una luna nell’acqua

L’eleganza del riccio – Muriel Barbery

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È un libro bellissimo. Se fossi più giovane direi “un libro che ti cambia la vita”. Purtroppo ho ormai una pellaccia e delle ossa così ammaccate che per cambiarle ci vuole molto più  Però è un libro che non si dimentica e che la vita te la fa ripercorrere tutta a ricercare le volte in cui….. Ho pianto alla fine. Ho pianto come quando ci si congeda da un amico carissimo.

È vero tutto quello che si dice in giro su “L’eleganza del riccio”: è molto francese e c’è molto autocompiacimento.

Ma, nonostante questo e anche per questo è molto bello.

Non so farne una recensione lucida tanto mi ha emozionato.

Alcuni punti.

Nel libro c’è un’analisi, molto più interessante di quella fatta recentemente da tanti sociologi e politici, sulla strutturazione in classi sociali della nostra società. In particolare la Barbery coglie l’esistenza di diversi capitali: quello sociale, quello culturale, quello economico (tutto Bourdieu!). E il loro diverso mescolarsi. Di questo intreccio è fatta è in qualche modo la struttura della nostra società. Una struttura data, all’interno della quale, ciascuno nasce all’interno di una classe definita dalla mescolanza dei diversi capitali.

Poi ci sono gli scherzi della sorte. L’individuo particolare. Quello che sta stretto nella nicchia dove è nato. C’è l’intelligenza individuale che filtra la struttura…..che grande capacità ha la Barbery di cogliere e risolvere con mano leggera alcune delle dicotomie fondamentali della sociologia: individuo-società, natura-cultura, struttura-mobilità.

Così c’è la portiera intelligente e colta…..e la ragazzina ricca che non accetta le regole collegate al suo status

Ma guai a infrangere l’ordine…..è come nella tragedia greca…se si pecca di hybris si verrà puniti (ed è così che succede nel libro).

È vero che l’individuo può resistere al proprio destino iscritto, ma non può ribellarsi. Può resistere in silenzio, non cambiare il mondo, questo no. Per resistere devi nasconderti. Si nasconde Madame Michel (la portiera), si nasconde Paloma (la ragazzina che in realtà è solo l’alter ego di Madame Michel, la possibilità pura).

Due individui possono incontrarsi e piacersi al di là delle barriere sociali. Ma è un rapporto che può funzionare, che funziona solo su un piano diverso da quello reale. Gli spiriti di una portiera e di un ricco importatore giapponese possono incontrarsi e perfino innamorarsi nell’irrealtà. Dal punto di vista del puro spirito. Ma appena si tenta di spostare il piano del rapporto, allora non funziona più. Sono amori e amicizie che esistono e possono esistere solo “ del lado de allà” come direbbe qualcuno che conosco (e anche Cortàzar).

Bellissimo quello che si dice del linguaggio e della grammatica come mezzo per accedere alla bellezza di una lingua (niente di più vero, per questo il greco antico mi affascina molto di più dell’inglese moderno)

Ancora più bello quella specie di sentimento pasoliniano per il quale si apprezza l’integrità, la spontaneità come sintomo di “aristocrazia”. Se nel ricco l’errore grammaticale è peccato mortale, volgarità estrema; nel povero e ignorante per nascita è sintomo di distinzione, di “veracità”. L’attenzione per il linguaggio anche questo uno dei capisaldi del epsniero di Bourdieu! Attarverso l’imposizione del linguaggio le calssi dominanti si assicurano la continuità del proprio potere.

Sarebbe bello che nella società meritocratica, che tutti i partiti democratici che si presentano alle elezioni, vogliono costruire, la laurea di un figlio di operaio, o magari, di immigrati albanesi valesse di più della laurea di un figlio di medico (in realtà è l’opposto). Sei figlio di una casalinga e di un impiegato con un master? dieci punti in più a un concorso rispetto al figlio di notaio con lo stesso titolo. Trovatemi un partito così e io lo voto. Ditelo a Walter e a quelli dell’ascensore sociale

A proposito dei figli di notai….io figli di notai ci chiamo tutti quei pariolini, o giù di lì, che votano Rifondazione Comunista e vanno vestiti come appena usciti da un centro di prima accoglienza…che mia madre si vergognerebbe di me….sono contenta che anche Renèe li abbia notati

E ora leggete il libro e capirete perché da domani leggerò tutti gli avvisi per posti da portiera vacanti

Solo qualche citazione…..

  

….Gli uomini vivono in un mondo dove sono le parole e non le azioni ad avere il potere, dove la massima competenza è il controllo del linguaggio. È una cosa terribile, perché in definitiva siamo soltanto dei primati programmati per mangiare, dormire, riprodurci, conquistare e rendere sicuro il nostro territorio, e quelli più tagliati per queste cose, i più animaleschi tra noi, si fanno sempre fregare dagli altri, cioè da quelli che parlano bene ma che non saprebbero difendere il proprio giardino, portare a casa un coniglio per cena o procreare come si deve. Gli uomini vivono in un mondo in cui sono i deboli a dominare. È un terribile oltraggio alla nostra natura animale, una specie di perversione, di contraddizione profonda

l’arte è vita ma su un altro ritmo

l’arte è emozione senza il desiderio

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