In questo periodo ho letto molto e raccontato poco sul blog le mie letture. Comincio dal libro più facile: Divorzio all’islamica a Viale Marconi.
Sì simpatico. Detto così, come si dice di quelle ragazze che belle non sono, ma che non sarebbe nemmeno giusto definire delle racchie perché sono gentili, “carine”, simpatiche appunto.
Mi aspettavo di più dopo il primo libro “’Scontro di civiltà per un ascensore a piazza Vittorio”. “Divorzio all’Islamica” ha il pregio di parlare con semplicità e dal punto di vista degli immigrati di questioni che la nostra società fatica ad affrontare in maniera lucida ed immediata e fatica anche ad elaborare nel tempo.
L’autore sa invece (naturalmente, visto chi scrive) toccare il “vero” con grande facilità. Via gli assurdi richiami ideologici, via il populismo, via il buonismo…..e tutti gli altri “ismi” che non consentono di parlare di immigrazione con l’obiettività che si concede ad altre questioni di rilievo. Via anche l’ingombro di una massa senza nome e senza volto, così utile alle strumentazioni dei partiti. Gli immigrati qui hanno nomi e tratti somatici bene determinati….non troppo diversi da quelli degli italiani….e perfino da quelli di attori americani. Con il suo racconto sincero, non di parte, l’autore mi ha ricordato con grande nostalgia i giorni in cui passavo ore a parlare con gli stranieri in un bar, in un giardino pubblico, allo smorzo. Nostalgia per un periodo di vita in cui i tempi erano più lunghi, più dilatati.
L’autore ha la capacità di distinguere tra tradizioni discutibili (l’uso del velo) e tradizioni inaccettabili, da cancellare al più presto (le mutilazioni genitali). Fa sorridere spesso, con i suoi personaggi così veri che mi sembra di averli conosciuti in quel periodo di cui parlavo.
E in questo il libro ha un valore didattico enorme per chi non ho mai avuto la possibilità di avvicinarsi realmente a certe realtà.
Però il libro, come libro, non decolla, non è un romanzo. Resta slegato e il finale a sorpresa è precipitoso e, a mio avviso, regge poco. Forse, a pensarci, sarebbe stato meglio che l’autore seguisse la formula della raccolta di racconti.
Mi piace molto una riflessione che l’autore ci propone per bocca di Safia, un’immigrata egiziana:
“L’immigrazione non è in fin dei conti una forma di gioco d’azzardo? Vincere tutto o perdere tutto?”

