Che ne è stato di te, Buzz Aldrin? – Harstad Johan

buzz
E’ un libro in cui possiamo ritrovarci tutti noi sempre tesi tra la voglia di ribalta e quella di “dietro le quinte”, ma…mi aspettavo di più. Di solito i libri che mi consiglia Sara mi calzano a pennello. Questo, pur essendo un libro che mi ritroverò a consigliare anch’io, non mi ha convinto del tutto.
Il primo punto debole è la forma. Non la forma della scrittura, ma la forma del volume. Iperborea stampa questi volumi dalle proporzioni insolite che ti sembrano pure affascinanti, ma quando poi te li ritrovi tra le mani, specie a letto, specie con la luce fioca del comodino, sono uno strumento di tortura. Specie se come me odiate chi apre i libri “spianandoli”. Specie se come me cercate di non tenere sempre un po’ chiusa la rilegatura. In questo caso è impossibile.Se i libri hanno una forma rettangolare con certe proporzioni un motivo c’è. Altrimenti se ne sarebbero accorti un bel po’ di anni fa e ci avrebbero offerto qualcosa di diverso.
Ok, i contenuti. I contenuti sono ben scritti, i personaggi sono meravigliosi, ma mi manca qualcosa.
Il libro parla di coloro che non compaiono perché non possono o perché non vogliono. Coloro che non vogliono essere i primi (Aldrin non Amstrong è l’eroe), che vorrebbero sparire, passare la vita senza far accorgere della loro presenza. Impossibile. C’è sempre qualcuno che si accorge di te.
In un brano molto bello il protagonista riflette su come tutti i supereroi, da superman all’uomo ragno, tengano nascosta la loro identità passando la vita come persone “normali”.
Il libro si spinge più in là in perfetta contrapposizione con quella che è stata una delle parabole che ha tormentato la mia vita di ragazzina quella dei talenti. Confesso che non l’ho mai capita del tutto. A me non sembrava ci fosse nulla di male nel seppellire i talenti. Anche ora continuo a non capire quel tipo di approccio e l’autore è con me.

Un po’ forzato e non del tutto convincente il passaggio dalla sfera individuale del “non comparire” a quella sociale e corale di coloro che non compaiono perché dimenticati anche dalla storia (i morti finiti nelle fosse comuni della Bosnia Erzegovina).
È questo che mi fa sospendere il giudizio? No. Nulla di razionale. Come al solito. C’è un senso di vuoto nel libro. Una certa freddezza e non perché sia ambientato alle Faroe. E, benché tutto si svolga in una piccola comunità, una solitudine infinita. Forse è questo che l’autore vuole, ma a me è restato addosso molto freddo.
Un bell’incipit però: “La persona che ami è fatta per il 72,8% d’acqua e non piove da settimane. Eccomi qui, in mezzo al giardino, i piedi piantati nella terra. Sono chino sui tulipani, le mani nei guanti, delle piccole cesoie tra le dita, è primo mattino, aprile 1999, e comincia a fare un po’ più caldo, l’ho notato di recente, qualcosa qua e là ha iniziato a cambiare, l’ho notato stamattina non appena sono sceso dalla macchina, all’alba, proprio mentre aprivo la porta del vivaio, l’aria era più mite, più smussata agli spigoli, finalmente mi sono tolto gli stivali invernali e ho messo le scarpe da ginnastica blu.”
Colonna sonora del libro sono i Cardingans

Il maestro di nodi – M. Carlotto

maestro di nodi

Con la scusa del giallo sta volta Carlotto ci racconta Genova, il G8, la Diaz, la morte di Carlo Giuliani. Non solo, seguendo la pista di criminali sadici, ci parla della violenza e della vita in carcere. Del rapporto strettissimo e talvolta perverso tra sesso e potere. Ma in realtà lascia intravedere come in ogni relazione sociale ci sia in ballo il “dominio”.
Questa volta il percorso parallelo tra il giallo e il sociale è più riuscito che mai in Carlotto. Quando ho iniziato a leggere le prime righe mi stavo sentendo male, ma fino ad ora questo è invece il romanzo di Carlotto che mi è piaciuto di più.

Nessuna cortesia all’uscita – Massimo Carlotto

nessuna

Sono onnivora nelle letture. O quasi. E la tentazione quando vedi sugli scaffali del supermercato libri scontati fino al trenta per cento è grande. I libri di Carlotto costano 8 euro, ma li riesci a portare a casa per poco più di 5 euro. E lui ha un suo stile che a me, innamorata e nostalgica (senza poterlo essere anagraficamente) degli anni ’70, piace. I suoi personaggi sono tutta nostalgia di un mondo che scompare a poco a poco, che si dilegua sotto i riflettori dell’epoca effimera in cui siamo condannati a vivere. Le storie, le piste dell’alligatore portano sempre a scoprire realtà sociali che difficilmente escono fuori sulla stampa e meno che mai in TV. In questo libro c’è la denuncia non solo delle “nuove mafie”, della nuova criminalità efferata perché priva di qualsiasi regola, ma anche la forza (non letteraria, ma certo quella della passione) di denunciare la corruzione che esiste anche tra le forze di polizia e tra quelle della magistratura. Qualcosa di cui è scomodo parlare. Qualcosa di cui a nessuno piace parlare. E forse per questo quello che non è un gran romanzo, ma un libro di scorrevole lettura, risulta tutt’altro che banale.
Carlotto non è un grande scrittore, ma è un sognatore con una buona penna e a me fa l’effetto dei racconti di certi amici che hanno vissuto in un mondo diverso: mi fa sentire meno sola.

Marina – R.C. Zafòn

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Comprato stamattina alle 11 e finito stasera alle 11. Non un gran libro, ma si legge d’un fiato. Qualche riflessione ci scappa pure. Niente a che vedere con il più elegante “L’ombra del vento” che mi stregò una notte di molti anni fa, ma nemmeno con “Il gioco dell’angelo” che ho iniziato e mai finito perché noiosissimo e scritto male (una vera schifezza). Il mistero non è (solo) nei suoi libri, ma anche nello scrittore. È sempre lo stesso? Mai letto romanzi così diversi scritti da una stessa mano

Tutti i fuochi il fuoco – J. Cortàzar

fuoco

E’ una raccolta meravigliosa. Cortàzar è per me, l’abbiamo già detto, lo scrittore dell’anima. Quello che più amo. Quello che non mi tradisce mai. Questo è uno di quei libri che vorresti che tutti quelli che ami leggessero. Lo leggerei anche a mia madre che non legge mai libri. Il racconto non è il mio genere, ma Cortàzar è Cortàzar. Non so quale preferisco. Non saprei davvero. Forse quello che più di tutti mi è rimasto nel cuore con dei passaggi meravigliosi è “Reunion” ispirato a Che Guevara e allo sbarco a Cuba. Ve ne riporto un lungo passo che merita davvero:

“Penso a mio figlio, ma è lontano, a migliaia di chilometri, in un paese dove ancora si dorme in un letto, e la sua immagine mi sembra irreale, mi si sfuma e disperde fra le foglie dell’albero, e in cambio mi fa tanto bene ricordare un tema di Mozart che mi ha accompagnato da sempre, il movimento iniziale del quartetto La caccia, l’evocazione delle urla di incitamento nella quiete dei violini, quella trasposizione di una cerimonia selvaggia in un solare godimento dell’intelletto. Lo penso, lo ripeto, lo canticchio a mente, e sento nello stesso tempo come la melodia e il disegno del fogliame dell’albero contro il cielo si vadano avvicinando, intreccino un amicizia, si provino una volta e poi un’altra ancora finché all’improvviso il disegno si ordina nella presenza visibile della melodia, un ritmo che sale da un ramo basso, quasi all’altezza della mia testa, risale fino a un certo punto e si apre come un ventaglio di germogli, mentre il secondo violino è quel ramo più sottile che si giustappone per confondere le sue foglie in un punto situato alla destra, verso la fine della frase, la lascia terminare perché l’occhio discenda per il tronco e possa, se vuole, ripetere la melodia. E anche tutto questo è la nostra ribellione, è ciò che stiamo facendo anche se Mozart e l’albero non possono saperlo, anche noi a modo nostro abbiamo voluto sottoporre una guerra ottusa a un ordine che le dia senso, la giustifichi e insomma la porti a una vittoria che sia come la restituzione di una melodia dopo tanti anni rauchi corni di caccia, che sia quell’allegro finale che segue l’adagio come un incontro con la luce. Come si divertirebbe Luis se sapesse che in questo momento lo sto paragonando a Mozart, vedendolo ordinare poco a poco questa insensatezza, innalzarla fino alla sua ragione primordiale che annichila con la sua evidenza e la sua dismisura tutte le prudenti ragioni dei tempi. Ma che amara, disperata fatica quella di essere musicista di uomini, al di sopra del fango e della mitraglia e della sfiducia ordire quel canto che credevamo impossibile, il canto che farà amicizia con la chioma degli alberi, con la terra restituita ai suoi figli. Sì, è la febbre. E come se la riderebbe Luis anche se pure a lui piace Mozart, credo”.

Ma è bellissimo anche il racconto dell’autostrada (per chi vuole se ne trova on line una versione in lingua originale) o l’ultimo meraviglioso in cui c’è, ancora una volta come in Rayuela, il tema della doppia vita, dei due mondi o dei due cieli in una città che è Parigi, ma è anche Argentina, in cui lo spazio si annulla.
E che dire quando la fantasia di Cortazar si sposta nell’antica Roma, annullando oltre quella spaziale anche quella temporale? Leggetelo. Io devo ancora stancarmi di Cortàzar.

La danza del gabbiano – A. Camilleri

gabbiano

Era tanto – almeno dieci anni- che non leggevo un Camilleri. È stato piacevole ritornarci. Continuo a pensare che a me i gialli di casa nostra piacciono più di quelli altrui (mi si perdoni questa insolita botta di nazionalismo). Non parliamo di un capolavoro, ma di un libretto che ci fa passare qualche ora isolandoci dal resto e con la voglia di vedere come va a finire (quello che si chiede a un giallo no?). Ritornando dopo tanti anni – e dopo diverse puntate della serie TV – non ricordavo che ci fosse tanta violenza, ma forse sono solo cambiata io. Cambiata insieme a Montalbano che diversamente da Zingaretti (ce lo ricorda anche Camilleri con una delle sue gustose incursioni nel testo) ormai ha 57 anni e comincia a sentire anche lui il peso, l’orrore di tanta violenza.
Il finale precipita un po’. Troppo affrettato.

Eutanasia della sinistra – Riccardo Barenghi

eutanasia

Un libro importante. Non per il mondo, ma per me. Segna il mio ritorno, il mio riavvicinamento alla politica. Se non alla parteciapzione, almeno all’ascolto, all’interesse.
E’ il prestito di un amico-collega che mi ha aiutato in questo processo. Lui ti entra tutte le mattine in stanza e saggia il tuo grado di informazione politica. E se non sei adeguatamente informato, ti informa lui. Quindi alla fine mi incuriosisce e volente o nolente, dopo un lungo periodo di disinteresse forzato, ho finito per rileggere le pagine politiche dei giornali, per rivedermi selezioni di dibattiti, per ripercorrere strade che in passato avevo già battuto. In fondo sono più o meno tutti al posto dove li avevo lasciati. Le stesse facce.
Qualche giorno fa – lui che proprio di sinistra sinistra non è – Mi ha portato questo libro raccomadandomelo, dopo una delle tante nostre accalorate discussioni.
Il libro si legge di un fiato ed è tanto leggero nei toni, quanto doloroso – per chi di sinistra è – nei contenuti. Barenghi (meglio noto come Jena) ripercorre quello che è successo alla sinistra italiana negli ultimi anni, un po’ da giornalista, un po’ con un alter ego (che mi assomiglia da matti) che si chiama Giovanni ed è un appassionato militante di sinistra che vive con angoscia questi ultimi anni.
Ne escono anche dei ritratti interessanti di alcuni dei principali protagonisti della sinistra italiana. D’Alema cinico e sprezzante, ma anche ampiamente superiore per intelligenza e arguzia agli altri della sinistra. Fausto Bertinotti descritto quasi come un intellettuale decadente e davvero radical chic.
Le conclusioni a cui arriva Barenghi sono le mie (ma lui le dice meglio). La sinistra deve (doveva?) scegliere. Proprio lì è stato il fatale errore di Veltroni, nel “ma anche” “…chiunque faccia politica, in particolare se questo chiunque si definisce di sinistra o progressista o democratico o come si chiama adessso, deve saper scegliere. dire sto con quello e non con quell’altro….”.
Serve un’ “idea” e con un po’ di preoccupazione Barenghi arriva a dire quella che è diventata una parolaccia: serve un’ideologia. Chiude chiedendosi se i dirigenti della sinistra ce la faranno, se sarà necessario aspettare un nuova generazione, se questa sarà in grado di fare qualcosa di nuovo…..Tutto questo prima delle elezioni europee….

Il soffio della valanga – Santo Piazzese

soffio

Senz’altro il più maturo e completo dei tre libri di Piazzese che ho letto. Questa volta il protagonista è il commissario Spotorno che negli altri due è solo una figura di contorno. La scelta piace. Mi piace ritrovare stessi riferimenti visti da uno sguardo differente.
I personaggi e i luoghi sono sempre descritti in maniera affascinante. Quello che sta volta cambia e che secondo me fa fare il salto a Piazzese è aver scelto di occuparsi di Mafia. È un giallo, ma anche una denuncia contro la pretesa “onorabilità” della mafia. È un libro che illustra, senza pretese e senza retorica, come la mafia entri non solo nella vita della gente, ma nella testa della gente e sia non un’organizzazione malavitosa, ma un modo di pensare. Pensare “non mafioso” è strano.
La scelta del titolo è molto bella.
Un titolo che accentua ancora di più la denuncia che il libro porta avanti.
Due chicche contenute nel libro
Una parafrasi di “Volare” di Modugno (provatela a canticchiarla sulle note della canzone):

Votare, sì, sì
Votare per la diccì
Lo scudo dipinto di blu
Lo devi votare anche tu.
E non badare a Palmiro che dice
Ti dono la luna e anche più su…

E una filastrocca gesuita per imparare i casi del latino e non solo:

Cave sacerdos a muliere,
oculos habet enim vocativos,
manus vero sunt ablativae, quod,
si tu fies dativus,
fiat ipsa genitiva,
dein autem accusativa,
et tu, miser sacerdos,
tantum mane bis porro nominativus

El último trayecto de Horacio Dos – Eduardo Mendoza

horaciodos

Mi avevano consigliato di iniziare da altro, ma per una serie di coincidenze – e io sono un’appassionata di coincidenze – ho iniziato da questo. E’ stata una pausa dopo una lettura molto impegnativa (la recensione arriverà) anche se affascinante.
E’ un libro molto divertente. Nella quarta di copertina si allargano. Parlano di allegoria satirica o di novella di genere. Io penso che sia semplicemnete molto divertente. Ci sono tutti una serie di richiami che al lettore non sfuggono (sono enormi non possono sfuggire), ma la storia resta soprattutto un racconto divertente con personaggi strampalati che incarnano tutti i difetti dell’umanità.
A questo punto mi permetto una riflessione razzista. Il racconto è divertente perchè è scritto e l’ho letto in spagnolo. Mi chiedo se in italiano sarebbe stato così divertente. Lo spagnolo secondo me è una lingua che si presta benissimo a questo genere di racconti. Non lo so, ma non riesco proprio a immaginarmeli scritti in inglese. I personaggi di Mendoza parlano spagnolo e non possono parlare un’altra lingua senza perdere di incisività. Insomma è come immaginarsi Don Chisciotte che parla a Sancho in tedesco….

Il fuggiasco – Massimo Carlotto

carlotto

E’ un libretto senza grosse pretese che si legge bene, specie la prima parte in cui l’autoironia di Carlotto diverte e, allo stesso tempo, fa riflettere su aspetti della vita da latitante ai quali penso che nessuno di noi abbia mai pensato. Meno godibile la seconda parte che parla del rientro in Italia e del processo. Penso che sia anche perchè, un po’ vigliaccamente, finche si parla dello schifo del Messico riusciamo a ridere, quando si parla dello schifo italiano ci assale lo sconforto.
Carlotto, comunque, ha il dono di saper raccontare senza mettere le distanze con il lettore.
Uno dei pezzi divertenti: “Una volta, nella zona di Oaxaca, stavo viaggiando con un pullman di linea verso Città del Messico. La maggioranza dei passeggeri era del luogo, a parte il sottoscritto e dodici nordamericani. Questi ultimi erano a piedi nudi, vestiti con un saio di tela bianca stretto in vita da un cordone color oro e in testa, sui lunghi capelli, portavano una corona di spine di plastica. Incuriosito, avevo chiesto di spiegarmi il perchè di quell’abbigliamento e mi avevano risposto che erano la setta dei dodici apostoli. Provenivano dal Belize e si stavano dirigendo verso la capitale per annunciare non ricordo bene quale rivelazione. Il pullman venne fermato a un posto di blocco e la faccia del tenente, che era salito per controllare i documenti, cambiò colore quando li vide. con passo marziale si diresse verso il più vicino: “Passaporto” gli ordinò.
“Non l’abbiamo” rispose serafico. “Siamo i dodici apostoli e non ne abbiamo bisogno”.
“Come ti chiami?” urlò l’ufficiale.
Con tono sempre più estatico: “Matteo, sono l’apostolo Matteo”.
Il graduato lo afferrò per i capelli, abbaiò un ordine e il mezzo si riempì di soldati che con il calcio dei fucili li fecero scendere di corsa. Scuotendo la tesat venne poi verso di me: “Li conosce?”.
“Mai visti prima!” risposi.
“Ha sentito quello che mi hanno detto?”.
“Sì”
“Cosa scrivo sul rapporto, che ho arrestato i dodici apostoli perchè erano senza documenti?”

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