
E’ un libretto senza grosse pretese che si legge bene, specie la prima parte in cui l’autoironia di Carlotto diverte e, allo stesso tempo, fa riflettere su aspetti della vita da latitante ai quali penso che nessuno di noi abbia mai pensato. Meno godibile la seconda parte che parla del rientro in Italia e del processo. Penso che sia anche perchè, un po’ vigliaccamente, finche si parla dello schifo del Messico riusciamo a ridere, quando si parla dello schifo italiano ci assale lo sconforto.
Carlotto, comunque, ha il dono di saper raccontare senza mettere le distanze con il lettore.
Uno dei pezzi divertenti: “Una volta, nella zona di Oaxaca, stavo viaggiando con un pullman di linea verso Città del Messico. La maggioranza dei passeggeri era del luogo, a parte il sottoscritto e dodici nordamericani. Questi ultimi erano a piedi nudi, vestiti con un saio di tela bianca stretto in vita da un cordone color oro e in testa, sui lunghi capelli, portavano una corona di spine di plastica. Incuriosito, avevo chiesto di spiegarmi il perchè di quell’abbigliamento e mi avevano risposto che erano la setta dei dodici apostoli. Provenivano dal Belize e si stavano dirigendo verso la capitale per annunciare non ricordo bene quale rivelazione. Il pullman venne fermato a un posto di blocco e la faccia del tenente, che era salito per controllare i documenti, cambiò colore quando li vide. con passo marziale si diresse verso il più vicino: “Passaporto” gli ordinò.
“Non l’abbiamo” rispose serafico. “Siamo i dodici apostoli e non ne abbiamo bisogno”.
“Come ti chiami?” urlò l’ufficiale.
Con tono sempre più estatico: “Matteo, sono l’apostolo Matteo”.
Il graduato lo afferrò per i capelli, abbaiò un ordine e il mezzo si riempì di soldati che con il calcio dei fucili li fecero scendere di corsa. Scuotendo la tesat venne poi verso di me: “Li conosce?”.
“Mai visti prima!” risposi.
“Ha sentito quello che mi hanno detto?”.
“Sì”
“Cosa scrivo sul rapporto, che ho arrestato i dodici apostoli perchè erano senza documenti?”