
Un libro meraviglioso. Un viaggio nel tempo e nello spazio. Difficilissimo da recensire. Un romanzo incantato che riesce a trasportarci nell’Egitto dei primi del ‘900, a calarci in quella realtà in maniera tanto immediata e profonda da farla apparire naturale, inevitabile, l’unica possibile anche ai nostri occhi di lettori occidentali del XXI secolo. Una magia rara che ricorda quella che Marquez realizza in “Cent’anni di solitudine” (un’altra saga familiare!), in cui alla fine siamo così incantati da credere anche alla pioggia di fiori. Ma quella di Mahfuz è una magia diversa, meno onirica.
Senza essere mai didascalico Mahfuz riesce a farci vedere i volti dei suoi personaggi a farci sentire gli odori, i rumori e la musica della città. Ne intravediamo i colori.
Ma questo è solo lo scenario sul quale si muovono personaggi tridimensionali che si staccano dalla pagina per diventare figure davvero umane: contraddittorie, deboli, generose, innamorate, deluse.
Un libro sulla religione e le contraddizioni della religione. Un libro sulle donne e soprattutto sul rapporto tra uomo e donna. Un libro sull’amore. Un libro sulla famiglia. Un libro sulla politica e il coinvolgimento politico.
Un libro che oggi, quando sempre più spesso di parla di integrazione tra culture e di confronto/incontro con il mondo islamico, mette in luce la similitudine dell’umano. Un libro che sottolinea come l’uomo da secoli si ponga in ogni luogo le stesse domande, cada nelle stesse contraddizioni. Un’ottima cura contro steccati e divisioni del tutto artificiali.
La realtà che Mahfuz racconta non ci sembra per niente esotica, ma ricorda molto da vicino i racconti dei nostri nonni e anche i nostri dubbi, le nostre paure, le nostre debolezze. Sì, sì proprio le nostre di emancipati cittadini dell’era globale.
Un libro di 650 pagine che corre via sull’onda di una musicalità sensuale e di profumi speziati. Non si può non leggere.
George Saunders said,
June 15, 2009 at 7:06 pm
Be’… le storie migliori nascono da una misteriosa spinta verso la ricerca della verità, insita nel racconto che ha subito una revisione approfondita: sono complesse, spiazzanti, ambigue; tendono a rallentarci anziché a velocizzarci. Ci rendono più umili, ci fanno immedesimare con persone che non conosciamo, perché ci aiutano a immaginarle, e quando riusciamo a immaginarcele – perché la storia è raccontata bene – le vediamo sostanzialmente simili a noi.
trotella said,
June 16, 2009 at 8:18 pm
Caro George alla tua riflessione aggiungo quella di Carver (così distante da Mahfuz geograficamente e per il modo di scrivere , ma la grande scrittura non ha confini):
“Gli scrittori non hanno bisogno di ricorrere a trucchetti o trovatine, né sta scritto che debbano essere sempre più in gamba di tutti. A costo di sembrare sciocco, uno scrittore deve avere la capacità di rimanere a bocca aperta davanti a qualcosa, qualsiasi cosa – un tramonto, una scarpa vecchia -colpito da uno stupore semplicemente assoluto”.
Io penso che la chiave sia qui. La capacità di stupirsi che permette allo scrittore di renderci interessante la normalità come se ci appartenesse, come fosse la nostra normalità. E forse dovremmo aprire un discorso sull’immedesimazione…..ma sì, lo so, lo eviteremo