Bourdieu, il capitale sociale e i sei gradi di separazione…..ovvero come tentano di cancellarci “con un click” le classi sociali

Leggo l’ennesima notizia “Il mondo è piccolo, provata sul web la teoria dei 6 gradi di separazione. Con pochi passaggi possiamo entrare in contatto con chiunque. Uno studio su Messenger convalida la tesi”

http://www.corriere.it/scienze_e_tecnologie/08_agosto_02/Gradi_separazione_Messenger_Microsoft_6ecaf3f2-60b4-11dd-94c1-00144f02aabc.shtml

 

Basta, basta davvero co’ ‘sta storia dei sei gradi di separazione e dei “piccoli mondi”…già la sociologia fatica ad affermarsi come scienza seria, se la riduciamo anche a giochetto diventa davvero difficile venirne fuori. Piccoli mondi un corno. I tradizionali 6 passaggi citati nel titolo (nell’articolo si parla di 6,6 che, a casa mia si arrotonda con 7…..) e ripresi da uno studio degli anni Sessanta condotto da Milgram sono in realtà 6 (cioè 7) solo in media. A volte ce ne vogliono 29, lo dice lo stesso articolo….La vecchia storia del pollo di Trilussa…..cucinato peggio che in altre occasioni.

Torno un istante all’articolo. In realtà è uno dei tanti che recentemente riferendosi alla rete web lanciano questo new deal del tutti sono connessi con tutti, del com’è facile raggiungere le persone: basta un click, un forum, un blog,…. Per non parlare dei social network….A sapere cosa significano queste parole.

Voglio dire che forse per internet la cosa va anche bene. Ma ci si dimentica di quanto, ancora oggi, sia elitario il mondo del web.

Qualche statistica Istat riguardante il nostro paese:

Nel 2006 solo poco più del 35% delle persone di 11 anni e più utilizzava internet.

Cioè il 65 per cento della popolazione rimaneva fuori da questa meravigliosa rete. Certo le cose stanno cambiando e tra i giovani tra i 12 e i 24 anni la percentuale di utilizzo supera il 60 per cento. Ma non siamo ancora a un uso generalizzato.

Internet è già quindi un piccolo mondo. Ancora più piccoli mondi sono le chat che vengono spesso utilizzate come ambienti test per tale teoria.

Allora se vogliamo giocare giochiamo ma non scriviamo: “Per me è stato abbastanza sconvolgente, abbiamo visto che ci potrebbe essere una connessione sociale costante tra i membri dell’umanità. L’idea che siamo molto vicini l’uno all’altro è sempre stata molto diffusa ma abbiamo dimostrato che questa idea va oltre il folklore”. Mi sembra che il rischio di confondere, generalizzando, quello che avviene sulla rete, anzi in certi ambiti della rete, con quello che avviene nel mondo sia sempre più forte.

E certo che è facile individuare un piccolo mondo se ci si muove all’interno di un piccolo mondo! Se lavoro in teatro è naturale che conosca altri attori e i 6 gradi di separazione certo funzioneranno se devo contattare, per esempio, un regista. Diverso è se un operaio di una ditta specializzata nella produzione degli scarponi vuole conoscere Ornella Muti.

Non raccontiamogli balle. Non basterà passare attraverso 6 persone.

Perché lo so? Perché ci sono studiosi seri che l’hanno provato.

Tra gli anni 70 e gli anni 80 Pierre Bourdieu formulò la teoria del capitale sociale. In realtà quello sociale è una delle tre forme che il capitale secondo Bourdieu può acquisire (le altre sono: economico, culturale e simbolico). Sulla base del “possesso” delle diverse forme di capitale si basa la divisione in classi.

Che cos’è il capitale sociale? Eccovi accontentati:” Il capitale sociale è la rete delle relazioni personali e sociali che un attore (individuo o gruppo) possiede e può mobilitare per perseguire i propri fini e migliorare la propria posizione sociale. È essenzialmente legato alla classe sociale di appartenenza degli individui”.

In sostanza il capitale sociale per dirlo all’italiana sono le raccomandazioni. Se tutti potessimo avere le stesse relazioni (più o meno), se tutti potessimo attivare dei legami per raggiungere un certo nodo allora sarebbe fatta. La raccomandazione non esisterebbe più. Non servirebbe perché potremmo averla tutti. O forse conterebbe se mi ci sono voluti tre passaggi piuttosto che due come nel gioco del telefono? E soprattutto, una volta che riuscissi a parlare con Berlusconi avrei la stessa presa di Montezemolo?.

Se così fosse saremmo liberi ed eguali davvero e uno dei capisaldi della distinzione in classi sociali crollerebbe.

Mi sembra invece che non esista un piccolo mondo, ma dei piccoli mondi. Tuttavia non ne sarei così entusiasta. Sono drammaticamente dei piccoli mondi separati che non comunicano e la situazione politica, la crisi della rappresentanza lo mette bene in luce.

Mark Granovetter qualche anno fa ha avanzato la teoria dei legami deboli secondo la quale contano più le conoscenze casuali nel trovare un lavoro, dei legami deboli, piuttosto ceh i legami forti come quelli amicali e parentali. Secondo Granovetter “la società è strutturata in cluster altamente connessi, o cerchie molto ristrette di amici dove tutti conoscono tutti. Pochi legami con l’esterno mettono in contatto questi gruppi con il mondo. Questi legami svolgono una funzione critica nella comunicazione con l’esterno. Nella ricerca di nuove opportunità di lavoro ad esempio può essere utile uscire fuori dalla cerchia di amicizie note per affidarsi a legami deboli in grado di aprire la comunicazione verso altri cluster o gruppi di individui” (http://www.complexlab.com/glossario/teoria-delle-reti/).

Naturalmente, lo si capisce, Granovetter è americano. Se fosse italiano forse avrebbe qualche perplessità in più. Quante chanche (e qui mi richiamo a Darendorf) ha una persona di uscire dal proprio piccolo mondo? Io penso che in una società come quella americana forse qualcuna in più può averla, ma qui da noi i mondi mi sembrano davvero molto chiusi. O meglio alcuni (quelli delle classi sociali più deboli) sono molto chiusi altri sono aperti e liberi. Ve lo ricordate Rifkin quando qualche anno fa, alla fine del secolo scorso) parlava di era dell’accesso? Ecco proprio lì sta la differenza chi conta ha molte chances di collocarsi non solo all’interno della sua “cerchia”, ma anche al di fuori. Diverso è quello che succede per chi appartiene in classi chiuse che non hanno accesso ai canali di comunicazione interpersonale se non a quelli interni alla classe.

Basta pensare agli studi sulla segregazione etnica dei lavoratori stranieri che non solo non riescono a mettere in atto meccanismi di mobilità verticale, ma anche orizzontale.

O guardare la casta dei medici o quella dei notai o i cognomi di quelli che lavorano nelle università (altro che legami deboli).  

Naturalmente lo si capisce da questa affermazione Granovetter è americano. Se fosse italiano forse avrebbe qualche perplessità in più. Quante chanches (e qui mi richiamo a Dahrendorf) ha una persona di uscire dal proprio piccolo mondo? Io penso che in una società come quella americana forse qualcuna in più può averla, ma qui da noi i mondi mi sembrano davvero molto chiusi.

Basta pensare agli studi sulla segregazione etnica dei lavoratori stranieri che non solo non riescono a mettere in atto meccanismi di mobilità verticale, ma anche orizzontale.

O guardare la casta dei medici o quella dei notai o i cognomi di quelli che lavorano nelle università (altro che legami deboli). Ma lo stesso vale per professioni meno qualificate. Quale democrazia senza uguali chances di vita direbbe il buon vecchio Dahrendorf?…..

In sociologia da anni si applica la network analysis una forma di analisi che tenta di misurare le relazioni (per questo da alcuni è ritenuto un approccio “meso” a metà tra l’approccio micro e l’approccio macro) proprio perché lo studio delle reti di relazioni è fondamentale (la sociologia relazionale è uno dei capisaldi degli studi di Bourdieu). Ma gli studi anche quelli dello stesso Granovetter di network analysis (che in realtà è stata inventata molto tempo fa) vengono di solito svolti e applicati già su sezioni di mondo, su piccoli mondi. Che gran scoperta sapere che tutti gli avvocati di Roma sono in contatto tra loro……Uno studio serio indagherebbe in che modo, se gli avvocati di destra sono in contatto solo tra di loro o se incontrano anche quelli di sinistra (ma esistono ancora destra e sinistra?), se le donne avvocato hanno relazioni maggiori con le colleghe che con i colleghi, etc. etc.

Mi piacerebbe un mondo fondato davvero sui sei gradi di separazione (non con medie che hanno campi di variazione folli, però), sarebbe tutto sommato un mondo davvero democratico e non è che io ci tenga alle differenze di classe. Purtroppo non mi sembra sia così. Domani mattina comincio ad attivarmi per andare a cena con Keanu Reevs vediamo se 6 mosse mi bastano….

 

(comunque lo sfogo, perchè di questo s’è trattato se non l’avevate capito, di pensieri in libertà…. non è finito alla prossima puntata con Watts e Strogats)

1 Comment

  1. Anto said,

    August 12, 2008 at 2:57 pm

    L’idea dei sei (sette) gradi di separazione sicuramente va presa con le pinze… le reti sociali sono molto più numerose (ed esclusive) di quanto si possa sospettare. Numerose perchè contemporaneamente siamo inseriti in diverse reti sociali tra loro non necessariamente interconnesse. A questo punto saremmo noi a fungere da anello di congiunzione tra le varie reti ma il ruolo giocato cambia necessariamente a seconda dalla tipologia delle reti. Sicuramente sono d’accordo con Trotella sulle reti sociali virtuali: l’utilizzo del PC e di internet è molto meno diffuso di quanto potremmo sopsettare noi rete-dipendenti e, quindi, il livello di connessione misurabile solo tra chi si avvale di tale strumento è sicuramente distorto. Non so se si tratti di manipolazione o ingenuità ma il fatto poi di attribuire il livello di connessione osservato in tale campione non rappresentativo a tutti gli abitanti della terra è abbastanza improbabile. E’ indubbia la facilità di applicare i metodi della network analysis ad un sistema chiuso (nell’esempio riportato da Trotella a tutti gli utilizzatori di messanger) ma è il passaggio successivo di voler considerare tali risultati universali che impensierisce. La forza dei legami deboli potrebbe funzionare anche qui da noi ma dipende, secondo me, più che altro dalla composizione delle reti, anche di quelle deboli. La parola chiave è trasversalità. Ad esempio le reti che si creano a partire da alcune passioni (sportive in primis) credo che possano facilmente avere tale caratteristica, contribuendo talvolta così ad abbattere le classi sociali attraverso un passaparola o una segnalazione fatta al momento giusto. Altro ambito in cui è maggiormente possibile attivare legami tra classi sociali diverse riguarda il settore della ristorazione ad esempio. Quelli che contano dovranno pur mangiare no? Ho un amico che lavora in tale settore in un punto strategico di Roma e ci sono gli affezionati (escludendo così i clienti occasionali) con cui – volente o nolente – gli capita di attivare un legame, sicuramente debole ma comunque bidirezionale. Certo non tutti abbiamo la sua stessa possibilità ma… se vuoi Trotella gli faccio tenere sott’occhio la situaizone e se dovesse passare di lì Keanu te lo faccio sapere!


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